Ferite emotive, stili di attaccamento, legami ombelicali.

Le ferite emotive, secondo la psicologia dell’anima, sono presenti in ognuno di noi. Nessuno è escluso dalla sofferenza, durante l’esistenza.  Le relazioni con le altre persone, fanno sì che possiamo soffrire per alcuni comportamenti e parole. Le ferite emotive, sono state descritte da Alexander Lowen rispetto alla loro manifestazione nel corpo. Successivamente, Lise Bourbeau, ha approfondito la questione delle ferite con il libro “Le cinque ferite e come guarirle”. In parallelo anche la psicologia classica, quella dell’anima e l’alchimia trattano questo aspetto della sofferenza.

LE FERITE EMOTIVE E GLI STILI DI ATTACCAMENTO

Bowlby, nella sua teoria, afferma che esiste una correlazione tra ciò che il bambino introietta nelle prime relazione con la figura materna e la sofferenza. La madre funge da porto sicuro per il bambino, offrendo sia protezione che base per l’esplorazione. Un’inadeguatezza delle cure materne potrebbe causare un trauma nel bambino, il quale riproporrà alcuni schemi anche in età adulta. Bowlby teorizza quattro stili di attaccamento:

. Sicuro

. Insicuro evitante

. Insicuro ambivalente

. Disorganizzato

Gli stili insicuri e disorganizzato, sono quelli legati alle ferite emotive.

Per approfondire, si legga qui.

FERITE EMOTIVE E LEGAMI OMBELICALI

Le ferite emotive si formano in età infantile nell’ambiente di crescita con le figure di riferimento. Se un bambino nasce in una famiglia, pertanto, i genitori saranno quelli che, con tutta probabilità, concorreranno alla loro formazione.

Secondo la psicologia esoterica, l’anima sceglie prima dell’incarnazione i genitori, e il contesto dove incarnarsi. Il figlio nasce con uno scopo salvifico verso i genitori, affinché possano emergere certe dinamiche di sofferenza con lo scopo di guarirle. Questo ruolo del figlio, termina con l’adolescenza, quando spiritualmente il cordone ombelicale cessa la sua funzione adattiva evolutiva. Questo spiegherebbe il perché dell’inizio della classica ribellione adolescenziale verso i genitori, non solo da un punto di vista ormonale.

Da quel momento, il figlio dovrà, attraverso un percorso di introspezione profonda, prendersi carico della propria sofferenza e trasmutarla in talento. Nel vangelo Gesù, a tal proposito indica la croce come la sofferenza da caricare per poter proseguire nella Vita “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.  Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la ritroverà”. (Mt, 16: 24-25).

Molti altri esempi sono riportati nel Vangelo rispetto al rapporto con la famiglia e la gioia nella vita.

Entrare in contatto con la propria sofferenza e trasmutarla è una responsabilità individuale e un passaggio imprescindibile per la crescita.

Nel percorso che propongo, aiuto le persone a:

  • Riconoscere il proprio copione esistenziale e le ferite
  • Entrare in contatto con la sofferenza e le maschere adattive che usiamo per sopravvivere al dolore
  • Allineare il sentire dei bambini interiori all’oggettività dell’adulto
  • Assumersi la responsabilità della propria evoluzione, passando da un  locus of control esterno e proiettivo ad uno interno.

Se provi ancora rabbia verso un genitore od entrambi, è molto probabile che questa sofferenza vada a sabotare tutte le relazioni nella tua vita.

Se desideri iniziare un percorso trasformativo, contattami.

 

Alla tua libertà.

 

dott. Nicola Salvalaggio

Ricercatore, Psicologo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *